Perché in Italia si fanno sempre le stesse mostre? Tutta la verità.

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Perché in Italia si fanno sempre le stesse mostre? La verità scomoda del nostro sistema culturale

Quando abbiamo deciso di produrre la prima mostra italiana dedicata a Saul Leiter, il genio silenzioso della street photography che negli anni ’50 rivoluzionò l’uso del colore a New York, la prima domanda che ci hanno fatto non è stata “È bravo?” ma “È conosciuto abbastanza?“.

Ecco il problema del nostro sistema culturale in una sola frase.

Un recente articolo del Giornale dell’Arte tocca un nervo scoperto: le istituzioni tendono sempre più ai nomi rassicuranti, ai fotografi (e artisti) che “fanno pubblico”.

Il titolo è eloquente: “La fotografia in Italia preferisce andare sul sicuro“. Il giornalista Luca Fiore fotografa (è il caso di dirlo) la nostra comfort-zone nazionale: si fanno mostre sempre sui soliti nomi, McCurry, Salgado, Doisneau, e le altre “madonne pellegrine” buone per tutte le stagioni.

Ma davvero è colpa dei curatori pavidi?

In realtà a mio parere c’è molto di più dietro questa dinamica di quanto sembri a prima vista.

I veri motivi nascosti: costi, burocrazia e diritti impossibili

Le mostre costano. Tanto. Una mostra fatta bene costa quanto mezzo appartamento o una piccola produzione cinematografica. E i soldi, nella maggior parte dei casi, li mettono società private come la nostra che decidono di investire in cultura.

Produrre mostre d’arte è un’impresa nel senso più concreto del termine: un’attività imprenditoriale, con bilanci da far quadrare, responsabilità, scelte difficili.

Ma a difesa delle istituzioni (pubbliche e private), ed è una cosa che il “grande pubblico non sa”, va anche detto che non tutte le mostre si possono fare, anche volendolo. Ci sono:

  • Gli eredi che si oppongono
  • Archivi che complicano tutto
  • Concessioni negate
  • Costi proibitivi per i diritti

Non sempre è una questione di coraggio o di visione: a volte è proprio una muraglia di burocrazia e ostacoli insormontabili.

Chi non ha mai litigato con un erede per un copyright non sa cosa significhi “lasciare in dogana un capolavoro perché manca un timbro”.

Ecco perché Minor White o Diane Arbus non arrivano in Italia: non è solo coraggio curatoriale, è pura geografia burocratica.

Su questi tre scogli noi ci scontriamo ogni giorno: costi immensi, grandi sedi espositive che vogliono proposte sicure e proprietari di diritti che si oppongono.

La trappola del “già visto”: quando la pigrizia vince sul coraggio

Poi certo, c’è una differenza sostanziale tra essere prudenti per necessità oggettive e rifugiarsi nella comfort zone per pigrizia.

Quante volte abbiamo visto l’ennesima mostra su Escher? Quante su Frida Kahlo? Steve McCurry? I Macchiaioli?

Sono i “blockbuster” del mondo dell’arte: mostre che funzionano sempre perché offrono il comfort food del già noto. Come McDonald’s nel mondo della ristorazione.

“Le persone si raccontano di essere sempre in cerca di novità, ma in realtà sono piuttosto soddisfatte delle cose ‘vecchie’ che conoscono.”

Lo abbiamo già detto in un precedente articolo e le statistiche lo dimostrano in ogni campo: film, musica, libri. Tutti amiamo soprattutto i classici del passato recente e remoto.

Ed è proprio questo che spiega perché in Italia si fanno sempre le stesse mostre: la certezza del risultato economico vince sul rischio culturale.

La nostra filosofia: rischiare per innovare

Con la nostra società di produzione mostre, a noi piace rischiare. Anzi, ci piace proprio cercare quello che ancora non si è visto, che non è mai stato raccontato abbastanza.

Portare in mostra artisti e temi che meritano uno sguardo nuovo, anche se non hanno (ancora) il nome da “fila all’ingresso”.

Lo abbiamo fatto per primi in Italia con:

  • Le stampe degli Yokai, i mostri delle leggende giapponesi
  • Le opere d’arte sull’iconografia storica della strega
  • I bellissimi Shinhanga

Non per incoscienza, ma perché ci piace da matti portare alla gente cose nuove, fuori dalla comfort zone. Quando troviamo un artista che ci entusiasma pensiamo: “questo qui DEVE essere visto”. Anche se non lo conosce quasi nessuno. Ancora.

“Non si vendono così anche i prosciutti?” La nostra risposta

Quando abbiamo portato le tecniche di comunicazione avanzate nel mondo delle mostre d’arte ci hanno contestato: “Non si vende l’arte come si vendono i prosciutti”.

È una sciocchezza. La comunicazione funziona allo stesso modo per qualunque cosa.

Ma sempre ci ricordiamo che alla fine è vero che non stiamo vendendo prosciutti.

Il nostro lavoro chiede anche di alzare il prodotto interno culturale del paese. E anche se capiamo chi va sul sicuro, continuiamo a credere che un sistema culturale sano debba avere chi osa, chi esplora, chi alza la posta, chi rischia.

Perché un sistema culturale che vive solo di rendita è un sistema culturale morto.

Il coraggio di essere diversi: la nostra missione

Noi, quando possiamo, rischiamo. E lo facciamo con tutta la cura, il coraggio e l’allegria che ci stanno in tasca.

Perché alla fine, portare alla luce un artista, un tema o una serie di bellissime opere prima degli altri non è solo buon business. È quello che rende questo lavoro l’avventura più bella del mondo.

E tu, qual è l’ultimo artista “sconosciuto” che ti ha fatto dire “WOW” e che vorresti vedere in una sua mostra personale?

Scrivimelo – come ti ho scritto siamo sempre alla ricerca del prossimo diamante nascosto da portare alla luce.

P.S. Se questa riflessione ti ha fatto pensare, condividila con qualcuno che ha il potere di osare nel mondo dell’arte. Potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione culturale. O almeno di una bella mostra.

Filippo Giunti

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