Mostre immersive e arte: il sottile confine tra mostra d’arte e parco a tema.
Non me ne vogliano i fan delle mostre immersive, ma quando vedo l’ennesima “Van Gogh Experience” con video mapping da discoteca anni ’90 mi viene in mente quella scena di Al di là dei sogni con Robin Williams che nuota dentro un quadro di Monet.
Non me ne vogliano neanche i fan di Robin Williams (Io adoravo Robin Williams dagli anni 70, quando faceva Mork) ma già nel 1998 quel film inaugurava l’estetica del kitsch impressionista di massa: prendere opere d’arte immortali e trasformarle in una giostra multimediale iperreale, tradendo completamente l’arte originale.
Oggi, con software come Sora e DALL-E (o inserisci l’ultima piattaforma AI più figa per generare video e immagini), questa operazione è diventata ancora più facile e ancora più pacchiana.
Il Paradosso delle Mostre Immersive: Numeri vs Arte Originale
Il proliferare delle grandi mostre immersive nell’ultimo decennio è un fenomeno che merita attenzione. Non perché sia necessariamente sbagliato, ma perché spesso nasconde dietro effetti speciali e proiezioni una totale mancanza di rispetto verso l’arte originale.
Prendiamo Fever, la piattaforma dietro successi commerciali come “Van Gogh: The Immersive Experience“. I loro comunicati stampa sono un tripudio di cifre: “500.000 piedi cubi di proiezioni, 60.600 frame video, 90.000.000 di pixel”. Come se Van Gogh si fosse suicidato a 37 anni disperato che i pixel non fossero abbastanza.
Tutto diventa un numero in un loop narrativo ipertrofico. “La mostra più grande”, “l’esperienza più coinvolgente”, “mai visto prima”.
Che è un linguaggio che talvolta usiamo anche noi per parlare degli artisti e delle opere delle nostre mostre eh. La comunicazione pubblicitaria ci campa sulle forme superlative degli aggettivi, ma qui di Van Gogh, nelle sue opere reali, con i suoi colori veri e le sue pennellate disperate, non c’è nemmeno l’ombra.
Quando l’Immersività Diventa Ossessione: Il Tradimento dell’Arte
La giustificazione più ovvia è che si cerca di democratizzare l’arte rendere mostre immersive e arte originale più accattivanti per invitare le famiglie a visitarle con i bambini più piccoli, che altrimenti si annoierebbero.
E questa è una sfida che anche noi ci siamo posti.
Ma il problema non è far entrare famiglie con bambini in uno spazio espositivo. Il problema è quando questo spazio non ha più nulla a che fare con l’arte originale che pretende di celebrare e l’immersività diventa ossessione.
Se mi vendi una “mostra di Van Gogh” dove non c’è nemmeno un dipinto vero, ma solo proiezioni su pareti, questa non è più una mostra: è un parco a tema. E i parchi a tema vanno bene, ma chiamiamoli col loro nome.
La Nostra Filosofia: Tecnologia al Servizio dell’Arte Originale
Noi di Vertigo Syndrome non siamo certo contrari all’innovazione e alla contaminazione di mezzi diversi. Anzi, ne abbiamo fatto proprio il nostro stile distintivo. Nelle nostre mostre utilizziamo sale immersive, effetti sonori, elementi interattivi. Ma sempre – SEMPRE – nel rispetto delle opere originali che esponiamo.
La differenza è sottile ma fondamentale: noi non sostituiamo l’arte originale con la tecnologia. La tecnologia serve a far dialogare il visitatore con l’opera, non a sostituirla.
Esempi Concreti: Come Usiamo la Tecnologia Senza Tradire l’Arte
Quando abbiamo deciso per la Sala delle Cento Candele per la mostra Yokai, non abbiamo proiettato mostri virtuali sulle pareti. Abbiamo ricreato l’atmosfera del rituale samurai per far comprendere meglio il contesto delle stampe giapponesi originali che stavamo esponendo.
Quando in Stregherie abbiamo pensato di far rivivere ai visitatori un processo dell’Inquisizione del 1539, lo abbiamo fatto per dare profondità emotiva alle incisioni autentiche che raccontavano quelle storie.
In Unseen, la mostra di Vivian Maier, abbiamo fatto provare ai visitatori attraverso la realtà virtuale l’esperienza di scattare con una biottica che proietta una visuale invertita in una strada americana degli anni 50.
Stimolare Non È Tradire: Il Manifesto Vertigo Syndrome
Come sosteniamo nel nostro Manifesto Vertigo Syndrome: “Rifiutiamo le proiezioni iperrealistiche e kitsch che contaminano le cosiddette mostre immersive. Invochiamo esperienze memorabili e autentiche, capaci di trasportare il visitatore nel cuore del contesto storico e dello spirito dell’esposizione, stimolando sensi ed emozioni nel rispetto delle opere originali.”
Perché questo è il punto: le emozioni si possono stimolare anche senza tradire l’arte originale.
Le nostre sale immersive non sono fini a se stesse. Generalmente si trovano all’inizio della mostra, e sono progettate come un imprinting per preparare il visitatore all’incontro con l’opera vera, per dargli le chiavi interpretative, per farlo entrare nel mondo dell’artista. Non per sostituire quel mondo con un surrogato digitale.
La Domanda Fondamentale sulle Mostre Immersive
La mia domanda non è se le mostre immersive siano giuste o sbagliate. La mia domanda è: quel pubblico che va a vedere “[metti tu il nome di un artista] Experience” è davvero interessato a quell’artista, oppure andrebbe ugualmente a vedere una escape room in VR o un parco a tema ?
Se la risposta è la seconda, allora stiamo prendendo in giro tutti, secondo me.
La Nostra Proposta: Innovare Rispettando l’Arte Originale
Da Vertigo Syndrome crediamo che si possa innovare rimanendo onesti. Si possono creare esperienze coinvolgenti, emozionanti, anche spettacolari, senza tradire lo spirito dell’arte originale che si racconta.
“Ogni visitatore ha il sacrosanto diritto di non conoscere il tema della mostra“, diciamo nel nostro Manifesto. Ma ha anche il diritto di uscire da quella mostra avendo davvero incontrato l’artista, non il suo fantasma digitale.
Perché alla fine, è vero che una mostra che va spiegata è una mostra noiosa. Ma una mostra che sostituisce l’arte originale con i suoi effetti speciali non è nemmeno più una mostra.
È solo un modo molto costoso per evitare l’arte fingendo di celebrarla.
Che ne pensi?
Filippo Giunti
P.S. Vorrei davvero conoscere la tua opinione su questo tema. Può darsi che la mia vecchiezza mi renda fuori tempo, ma davvero a me certe mostre immersive fanno venire voglia di urlare come il Ragionier Fantozzi in sala mensa…