Divulgazione d’arte e social media: come Rey Sciutto zittisce i critici nostalgici
Le ultime volte che in una mostra ho visto qualcuno sbuffare, annoiarsi e battere i piedi in terra per essere portato via da chi ce lo aveva trascinato non erano mai bambini…
Erano adulti che avevano pure pagato 17 euro di biglietto.
È questo il problema che stiamo affrontando con Vertigo Syndrome. Non il calo di interesse per l’arte, ma il modo mortalmente noioso con cui l’arte viene ancora presentata.
Di recente Federico Giannini, giornalista e direttore responsabile di Finestre sull’Arte, ha pubblicato un articolo dove si lamenta, come già molti altri, che sui social non si trova mai una “vera critica d’arte”.
E non è una cosa nuova. Già in passato Finestre Sull’arte si era lamentato che i social stanno alimentando la crisi della storia dell’arte e la stanno banalizzando.
Ma chi ha mai detto che i social dovrebbero fare critica d’arte ?
Il grande equivoco: i social non sono riviste scientifiche (e meno male)
Risponde Rey Sciutto, content creator e divulgatore storico-artistico, in un breve video che centra esattamente il punto: “Lamentarsi del fatto che ci sia poca critica sui social è come lamentarsi che all’interno di un pacco di penne rigate non ci siano delle gocciole.” (o aspettarsi piatti della haute cuisine in una trattoria della campagna toscana)
I social non sono nati per sostituire le riviste peer-reviewed. Sono nati per connettere, coinvolgere, emozionare. E indovina un po’? È esattamente quello che serve all’arte oggi.
Se c’è una sola cosa che abbiamo capito dopo aver visto passare quasi 200.000 visitatori dalle nostre mostre Vertigo Syndrome è che: le persone non cercano lezioni, ma cercano emozioni (esclusa la noia).
Quando l’arte ha iniziato a parlare solo a se stessa
C’è un momento preciso in cui l’arte ha perso il contatto con il grande pubblico. È stato quando, come dice ancora Sciutto, “gli esperti del settore hanno fatto di tutto per rendere questa materia bellissima il più classista ed elitaria possibile.“
Termini incomprensibili nei pannelli informativi delle mostre. Neologismi autoreferenziali. Critiche che sembrano scritte in codice per iniziati.
C’è un commento evidenziato da Sciutto sotto l’articolo di Giannini, firmato da una certa Daniela, che coglie perfettamente il punto: la critica si è “rinchiusa nelle riserve delle riviste specialistiche, abbandonando le colonne delle testate nazionali.“
Risultato?
L’arte ha iniziato a filosofeggiare su se stessa, e il pubblico se n’è andato.
La rivoluzione dei content creator: la divulgazione d’arte sui social media che funziona
Qui entra in gioco la generazione dei creator. Non stanno cercando di sostituire la ricerca accademica o la critica specialistica. Stanno facendo qualcosa di molto più importante: stanno riaccendendo l’interesse.
È esattamente quello che facciamo con Vertigo Syndrome. Non pretendiamo di dire TUTTO su un’opera o un artista. Non siamo un’università, facciamo mostre d’arte che per loro natura sono visioni parziali della realtà, e spesso (ed è la cosa più interessante) visioni soggettive del curatore.
Però se lo facciamo bene possiamo essere un trampolino di lancio per la curiosità. Per tornare a casa e aver voglia di approfondire, lo spunto per un post un po’ meno banale o un nuovo argomento di conversazione in pizzeria con gli amici.
Quando un visitatore ci dice “Eh, però non avete messo questa opera” o “Nei pannelli non avete scritto questa cosa“, io sorrido ma mi dispiaccio per lui.
Significa che purtroppo ha fatto un viaggio a vuoto: è venuto a cercare conferme di quello che già sapeva, invece di aprirsi alla scoperta.
Su un numero medio di 300 opere esposte in una nostra mostra, è impossibile che le conoscesse tutte. Ma invece di valorizzare le novità, alcuni vengono a cercare il già noto, l’occasione di avere conferma della propria cultura pregressa.
È bello quando qualcuno va in cerca di un’opera che già conosce, perché sa che ogni volta che la vede si rinnova in lui l’emozione della prima volta.
Ma farlo per sentirsi parte di un’élite di iniziati di un circolo chiuso è lo spirito più sbagliato per visitare qualsiasi mostra d’arte.
I numeri non mentono: il calo di interesse è precedente ai social
L’Italia è da anni in fondo alla classifica per spesa in cultura: lo 0,qualcosa del PIL, dice ancora Sciutto. Questo disinteresse istituzionale è iniziato molto prima di TikTok e Instagram.
I creator non stanno contribuendo al calo di interesse.
Lo stanno combattendo.
Stanno cercando di tenere accesa la fiamma, e di questo va dato loro merito.
Ogni volta che un influencer fa un reel su Caravaggio e ottiene 100.000 visualizzazioni, sta facendo più divulgazione di quanta ne facciano dieci convegni accademici messi insieme. Non è svilente.
È democratico.
L’arte come esperienza, non come lezione: la nostra formula di divulgazione
Io, che ho una lunga storia di amici e fidanzate che mi hanno incastrato a vedere mostre d’arte che mi hanno fatto rimpiangere quella volta che da piccolo un amico mi gettò del pepe negli occhi, quando con Chiara ho iniziato a lavorare a Vertigo Syndrome l’ho fatto con una missione chiara: “Far uscire sorpreso, divertito e felice soprattutto chi è stato trascinato da qualcuno a visitare controvoglia una delle nostre mostre.”
Per questo ci siamo inventati:
- Cacce al tesoro per i bambini (anche se alcuni visitatori li trovano insopportabili)
- Pannelli scritti con tono ironico mescolati a quelli scientifici
- Sale immersive all’inizio del percorso che ti fanno entrare nello spirito della mostra
- Voci di attori invece delle solite audioguide
Risultato? Dividiamo il pubblico. Metà ci adora, metà ci detesta. E va benissimo così.
La vera domanda: vogliamo persone curiose o vogliamo élite?
L’articolo di Giannini è alla fine un ottimo articolo, condivisibile da Sciutto ma anche da noi. Ma sembra anche un po’ l’ennesimo attacco misoneista (sì, anche noi conosciamo le parole difficili) di chi rimpiange i bei tempi andati.
La verità è che l’arte non è in crisi. È in trasformazione.
Dai musei ai feed di Instagram. Dalle riviste specialistiche ai video di 60 secondi montati con CapCut. Dai critici in giacca e cravatta alle creator bellissime e provocanti.
E sai una cosa? Funziona!
E poi, per dirla di nuovo con Rey: “Popolare non è una brutta parola. Smettetela di demonizzarla.“
La divulgazione arte social media non è il nemico della cultura. È la sua salvezza in un mondo che ha smesso di ascoltare le lezioni dall’alto.
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Filippo Giunti